Sul senso di solitudine di chi opera con la creatività
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Che solitudine e indipendenza vadano a braccetto mi pare dato per assodato in diversi ambienti – o almeno così l’ho percepita, forse un po’ affidandomi alla pancia, nel corso degli ultimi anni.
Io non sono d’accordo.
Non che non l’abbia vissuto, quel senso di solitudine, eh. Anzi, succede ancora abbastanza spesso. Non ho ancora costruito una rete fatta di spazi e persone così come l’ho visualizzata tra i miei obiettivi. E questa è una condivisione non facile, date le soluzioni che cerco di portare con il mio lavoro a chi si trova in questo tipo di situazione, ma se c’è una lezione che ho imparato dall’esperienza formativa e personale è che partire dai dati di realtà – e, forse banalmente, dire a sé la Verità – è il modo migliore per avere a che fare con la vita in modo sano. Quindi eccoci.
C’è una distinzione cui mi preme che prestiamo attenzione, con le routine dedite almeno in parte alla creatività che desideriamo vivere da queste parti, ed è quella tra indipendenza e solitudine. Te lo dico fin da qui: mi spiace se la questione ti scomoda, lettore o lettrice, ma se ti poni come condizione necessaria la seconda per ottenere la prima, allora probabilmente stai lasciando che la situazione ti impantani, anche se qualche mossa per uscirne incolume, la avresti.
Non metto in discussione il valore del senso di solitudine, come neanche quello di tutte le emozioni scomode e pesanti e di questi tempi forse fuori moda, ci mancherebbe. Però prova a seguirmi, se quel che dico ti risuona (non sarò breve).
Forse vale anche per te, che crei e immagini e un po’ ci perdi il sonno, ma per me le solitudini (sì, plurale) dipendono in buona parte dalle circostanze che mi si muovono intorno e dalla danza cui acconsento o meno, con quelle circostanze. E ci sono momenti in cui ci sta, è umano, giusto? Alternare connessione e disconnessione con ciò che è fuori di noi. Momenti di noia, come quando eri piccola e per quanta immaginazione avessi non c’erano mai abbastanza persone per mettere in scena il mondo che ti si muoveva dentro. Momenti di malinconica tristezza, come quando sei un’adolescente che, per quanto tentasse di esprimersi, non trovava mai il canale giusto per far comprendere cosa sta provando, sotto sotto. I più frequenti, nel mio caso: momenti di attivazione pieni di energia di cui non so che farmi, e se non ho qualcuno intorno con cui condividerla, sembra che nella mia testa non ci sia abbastanza spazio per tutto ciò, e con il mio corpo non possa sfogare tutto in un solo momento.
Però ci sono anche i momenti di solitudine peggiori, quelli che invece di restare temporanei, come ogni stato d’animo, restano e basta. E ti anestetizzi, ché sai che se cominci a farti domande, poi ci sono solo due opzioni: autocommiserarti per restare nel tuo brodo a tormentarti, o darti risposte.
Ora, non sono qui per dirti che c’è un’opzione giusta e valida per chiunque – non lo sono MAI – ma è qui che entriamo in gioco con le esperienze di sviluppo, e mi sembra di poter tornare ai dati di fatto dicendo che:
1. la prima opzione ti tiene nella posizione in cui ti trovi,
2. la seconda ti dà modo di spingertene fuori – resta connessə a quella sensazione quando la percepisci, ma poi prova a decidere, grazie alle tue azioni, di non “farci il callo”.
Non è automatico e non è facile, chiaro. Però possiamo fare i conti con ciò che abbiamo e con ciò che ci manca.
Lo dico perché spero tu non rinunci alle occasioni che hai, per ostacoli che sono più interiori che esterni. So cosa dico, perché anche se non sono un tipo da rammarichi, se ci sono momenti della mia vita per cui mi dispiaccio rispetto a questo tema, sono quelli in cui ho “fatto altro”.
Non più, Gina.
Prima, sì. Mi sono iscritta al percorso verso il diploma di coaching professionale, ma poi ho lasciato il progetto in pausa perché “chi vuoi che mi scelga”. Ho creato e testato percorsi, ma ho rimandato i lanci perché “magari più avanti avrò una community più ampia”. Ho evitato le occasioni di network perché “oggi mi toglie troppa energia, non so se è un buon investimento, non ora.” (E al pari di queste, momenti di autenticità a livello personale accuratamente evitati per orgoglio o autoprotezione che, come si immaginerà, portano a una repressione che prima o poi sfocia in qualcosa di simile agli atteggiamenti ansiosi.)
Potremmo dirci che senza aver attraversato quelle fasi non avrei compreso davvero il significato che per me aveva tutto quel carico. Ma avendo chiaro una di quelle perle di saggezza che a lungo si sono ripetute a casa mia, per cui “se avessi le ruote, sarei una carriola” (ma non le ho, e quindi ci arrangiamo con altro), è andata così, e a un certo punto ho dovuto farci i conti: c’era qualcosa che volutamente ignoravo?
Sforzi personali? Uscire dalla zona di comfort, non correre rischi tipo venire rifiutata, espormi, essere giudicata per scelte probabilmente “contro tendenza”?
Beh, sì. E il cambiamento è avvenuto nel corso del tempo. Per questo percorriamo strade fatte di tappe che sembrano piccole, spesso in modo lento.
E ok, i piani d’azione non servono a nulla, se li usi come l’ennesimo planner di inizio anno che poi va buttato. Se non c’è un perché saldo sotto, l’impegno non arriverà. E così, quando ci teniamo stretto il senso di insoddisfazione perché, ehi, almeno lo conosciamo bene, mica come l’ignoto che sta oltre i cambiamenti che pur ci ispirano, è più facile sentirsi solə.
Se può servirti qualche idea per le tue piccole tappe, se il senso di solitudine inizia a restare un po’ troppo presente e troppo (come certi parenti sotto le feste), ti dico cosa ho provato a fare io, per vedere che indipendenza e momenti in solitaria non c’entrano necessariamente con la solitudine.
Ora, quando posso:
frequento occasionalmente uno spazio di coworking economicamente e fisicamente accessibile;
mi organizzo con amici e amiche per lavorare dallo stesso posto, anche se ognuno fa il suo mestiere;
vado in biblioteca;
ho organizzato percorsi scolastici con amiche e mentori che lavorano nelle scuole;
mi sono iscritta a Rete al Femminile;
ho iniziato a seguire con attenzione sui social persone che stimo e con cui mi piacerebbe lavorare in futuro.
Ho avuto risultati, in termini di obiettivi concreti? Non proprio. Ma in termini di benessere personale e sostenibilità, diamine, sì.
È abbastanza? Non ancora, no. Però è la prova che sto compiendo i passi che sento giusti per me, che muoverci come possiamo fa la differenza. E le prove, con il tempo, arrivano.
Tu, come sempre, parti da te:
Quali sono i tuoi ostacoli per superare il senso di solitudine, ora? Quali le possibili soluzioni? E quali soluzioni stai evitando, anche se ne hai le risorse, per via di qualcosa di più personale che ti blocca?
Per passare al pratico, ti lascio lo schemino dell’attività-traccia, per i momenti in cui la tua mente ti trascina nel baratro del “non posso farci nulla”, quando invece si tratta di soluzioni che potrebbero essere alla tua portata:
PROBLEMA di cui intuisco possibili soluzioni — SOLUZIONE: identifichi ostacoli? — Se sì, elabora un paio di soluzioni per superare gli ostacoli. — Se le conosci già, cosa ti ho bloccato dall’attuarle finora?
Quali azioni sono in tuo potere per metterti in strada e rimuovere quegli ostacoli?
Bonus per chi ha convinzioni particolarmente radicate: Immagina di non aver assimilato quella convinzione (un esempio: “sono timida”). Cosa faresti in quel caso, senza quella convinzione radicata?
Prova a recitare allo specchio un breve dialogo, fingendo di non avere addosso quella caratteristica che non ti permette di andare oltre e fare esperienze che desideri. Poi, scrivi un paio di righe su come ti ha fatto sentire, e se ti va di condividerle, mi trovi sui social qui e via mail qui.
Qualunque sia la strada che tu scelga di intraprendere, spero che tu possa prenderti cura del tuo piccolo mondo isolato – che sia un buon posto per te, un segreto in continuo mutamento a volte da custodire e a volte da condividere – in modo da far fluire la tua creatività senza che il senso di sopraffazione, e quello di solitudine, diventino costanti.
Che tu possa stare da solə, senza sentirti solə. In connessione, se non con qualcun altro, sempre con te.

